Il tappo del vino deve essere di sughero. Almeno per noi italiani. Nel bel Paese proprio non riusciamo a concepire l’idea che si possa fare a meno del classico rituale di levare la capsula, affondare la spirale del cavatappi nella morbida superficie spugnosa, fare leva e sfilare lentamente il tappo. Si, la degustazione per un appassionato comincia così, con l’ascolto del rumore del tappo che esce, con l’osservazione del su colore, e con l’esame olfattivo della base del turacciolo.

In epoca Classica

Senza questi gesti, ammettiamolo, ci sentiremmo orfani di una tradizione secolare. Pare che il tappo di sughero venisse usato anche per chiudere le anfore in epoca classica, pertanto possiamo dire che dove c’è un vino, soprattutto italiano, ci deve essere un tappo di sughero. Del resto, le nostre regioni peninsulari e insulari sono l’habitat ideale per lo sviluppo della quercia dalla cui corteggia si preleva il pregiato materiale da cui si ricavano i tappi. Le sughere – Quercus subersono diffuse infatti un po’ lungo tutto lo stivale e lascia incantati la generosità con cui questo albero ci regala la sua preziosa materia per sigillare nel modo più corretto le bottiglie di vino.
Le proprietà del sughero come sigillante erano già state individuate ad Atene nel V secolo avanti Cristo, le sue proprietà di isolanti impermeabile ai liquidi erano già note infatti anche nell’antica Grecia.

La cultura mediterranea

Sì, perché il vino è un veicolo culturale, è un elemento denso di racconti, storie e tradizioni, riti e mitologie, amore per la storia, le tradizioni e la natura. Il materiale con cui lo si cela e lo si conserva in una bottiglia non può essere meno ricco e prezioso. Deve essere anch’esso figlio di un portato culturale che affonda le sue radici nella millenaria tradizione mediterranea. Il tappo di sughero è strutturalmente funzionale alla alchimia del vino che vive in bottiglia e non è mai uguale a se stesso, annata dopo annata, bottiglia dopo bottiglia. Si, perché i veri intenditori sanno che ogni bottiglia è unica, ha una sua storia che si sviluppa nei mesi e negli anni. L’aroma che sprigionerà sarà sempre una sorpresa e seguirà il gesto di portare al naso il sughero dopo il pop.

L’origine

Di tappi ce ne sono di diverse tipologie, e pare che il primo tappo in sughero per conservare il vino in bottiglia sia figlio dell’intuizione del monaco benedettino Pierre Pérignon, che lo ha usato per sigillare le bollicine del suo Champagne, prendendo l’idea dai tappi delle borracce dei pellegrini. Gli era indispensabile un tappo capace di trattenere la pressione del gas che si formava nel vino durante la rifermentazione in bottiglia, quella che serve per creare le celebri bollicine.

Il tappo per lo Champagne

Il tappo dello champagne non nasce a forma di fungo, nasce cilindrico, sarà poi la bottiglia e la sua imbragatura in metallo a dargli la caratteristica forma. La forma del tappo in sughero dipende dalla bottiglia e del vino che dovrà sigillare, per questo ne troviamo anche di diverse lunghezze. Ci sono tappi lunghi che infatti richiedono l’apertura in due fasi successive. Nella prima si estrae la prima metà del tappo e dopo aver affondato nuovamente la spirale del cavatappi nel sughero si fa di nuovo leva e si sfila anche la seconda.

Odore di tappo?

Tra le caratteristiche del sughero c’è quella di essere inodore. La pratica di annusare il tappo dopo l’apertura di un vino serve ad accertarsi che il sughero non provenga da una quercia su cui abbia prosperato l’armillaria mellea, il classico fungo chiodino, buono per le insalate, ma capace di degradare il sughero sprigionando quel tipico odore pungente capace di compromettere in modo irreversibile la qualità di qualsiasi vino.